È la fine dei tassi negativi?

Negli ultimi anni la grande crisi economico finanziaria ha spinto le banche centrali ad attuare delle politiche economiche “non convenzionali” che hanno originato scenari economico finanziari mai nemmeno contemplati dalla teoria economica. Tra questi, senza dubbio, possiamo citare i tassi di interesse “negativi”. Il tasso di interesse è il premio che il creditore chiede in cambio della concessione di un prestito, al fine di coprire il suo rischio di credito (rischio che la cifra prestata non venga restituita alla scadenza) e remunerare la rinuncia a disporre immediatamente del denaro. Se dal punto di vista finanziario gli interessi rappresentano il costo del rischio e il costo del tempo, dal lato pratico invece questi hanno una duplice veste: sono la remunerazione del denaro per il prestatore e il costo del denaro per il debitore. Partendo dal presupposto che nessun prestito è completamente privo di rischio e aggiungendo il “costo del tempo”, il tasso di interesse dovrebbe essere sempre maggiore di zero. Infatti, la teoria economica non prevedeva la possibilità di avere tassi di interesse negativi. Tuttavia, negli ultimi anni abbiamo assistito a tassi interbancari (Euribor e IRS) e tassi sui titoli di stato di paesi con rating AAA in territorio negativo. Concettualmente un tasso negativo significa che il prestatore non solo non chiede un premio ma è addirittura disposto a pagare (tasso negativo) per prestare i propri soldi! A questa situazione si è giunti per via delle politiche monetarie ultra-espansive della BCE che ha il potere di influenzare direttamente i tassi interbancari con le sue decisioni. Così, nell’intento di raggiungere il livello target di inflazione al 2%, la BCE ha portato i tassi a zero per farli scendere successivamente addirittura in territorio negativo. Gli effetti di tali decisioni sono stati negativi per le banche, che hanno visto ridurre sensibilmente il margine di contribuzione, e positivi per imprese e famiglie che invece avevano in essere finanziamenti e mutui a tasso variabile. Inoltre, tali effetti hanno avuto conseguenze negative anche per i risparmiatori in cerca di strumenti che preservassero il valore dei loro risparmi e per gli investitori in cerca di remunerazione dei propri investimenti. In questo modo, le famiglie e le imprese hanno beneficiato di una riduzione degli interessi passivi, essendosi trovati a pagare interessi su tassi inferiori rispetto allo spread iniziale. Infatti, dal momento che il tasso finito è una somma algebrica tra Euribor negativo e spread fisso, ci troviamo in situazioni con TAN (tasso annuo netto) inferiore allo spread. A questa situazione le banche hanno risposto proponendo prodotti (prestiti e mutui) con con floor a zero sull’Euribor. Questo significa che il valore dell’Euribor viene fissato contrattualmente pari a zero qualora lo stesso abbia valore di mercato negativo. In questo caso il cliente paga interessi calcolati solamente applicando lo spread (senza dedurre l’Euribor). Durante l’ultimo meeting del mese di giugno, la BCE ha deciso di uscire gradualmente dalle politiche non convenzionali attraverso una riduzione del Quantitative Easing (QE). Draghi inoltre ha specificato che i tassi di interesse rimarranno agli attuali livelli almeno fino al 2019. La graduale uscita dalle politiche ultra-espansive significa un ritorno alla normalità della politica monetaria. La strada che la BCE sta seguendo è quella già tracciata dalla FED con qualche anno di anticipo e dopo la fine del QE (2019) è probabile seguano degli interventi in aumento dei tassi di interesse. Il primo aumento potrebbe essere quello sui tassi di deposito alla BCE (attualmente fermo a -0,40%) a cui sono collegati direttamente i tassi Euribor. Di fronte ad un possibile aumento dei tassi variabili le domande che i clienti ci pongono sono molteplici. Mi conviene coprire i miei finanziamenti a tasso variabile? Meglio un mutuo a tasso fisso o a tasso variabile? Non esistono risposte univoche a questi quesiti e tutte le domande vanno valutate caso per caso. Le nostre aziende clienti si trovano spesso davanti ad una serie di proposte di copertura rischio tasso con strumenti di tipo IRS (Interest Rate Swap) oppure semplici CAP. Prima di decidere se acquistare o meno una copertura sui tassi variabili vanno considerati alcuni elementi come il costo della copertura (premio in caso di copertura CAP oppure costo implicito nel caso IRS), la duration del debito che si intende coprire e l’ammortamento del debito stesso. Le due variabili fondamentali per valutare una copertura sono la durata residua del finanziamento e l’ammortamento dello stesso. Su tutti i finanziamenti in regolare ammortamento la quota degli interessi da corrispondere alla banca è molta alta all’inizio del prestito. I finanziamenti inoltre sono ammortizzati secondo piani di ammortamento alla francese che prevedono la restituzione di maggiori interessi nella fase iniziale. Alle attuali condizioni di mercato, la trasformazione di un finanziamento a tasso fisso da tasso variabile può trovare fondamento se la durata residua del finanziamento è superiore ad almeno 5 anni. I maggiori oneri che si pagano nella fase iniziale con un tasso fisso difficilmente si possono recuperare se la durata è troppo bassa. Infine, è importante ricordare che siamo in una fase di tassi di mercato negativi ormai da oltre 3 anni. Possiamo inoltre affermare con ragionevole certezza che saremo in presenza di tassi negativi almeno per un altro anno e che comunque eventuali aumenti futuri non escludano nuovi cali in territorio negativo. Qualora l’economia dell’area Euro riuscirà a seguire l’economia USA in termini di tassi di crescita e inflazione, andremo incontro sicuramente ad aumenti dei tassi di interesse. Difficilmente però gli aumenti saranno simili a quelli messi in atto dalla FED. I tassi negativi sono ormai una realtà e un precedente storico di politica monetaria e non è escluso che in futuro si faccia ricorso a tali politiche nuovamente.

 Sander Zefi – Team Finance ADM

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